Il film di Sokurov è un esperimento da scienziato del cinema e da storico. Il film, uscito nel...., è un tour de force costituito di un unico piano sequenza di un'ora e mezzo. In questo lungo metraggio assistiamo al cammino di gloria della Russia durante l'epoca degli Zar. Il piano è mosso e ambientato interamente all' interno dell' Ermitage. Il Sokurov che percepiamo in questo film (perché di percezioni si parla e di non altro) è un regista che è sia al di sopra dell'acadere storico (un entomologo che osserva...continua...
Qui la faccenda inizia farsi più complessa. La data di uscita è il 2006. Il tema è il medesimo, la vendetta ma il personaggio cambia: è una donna. Il terzo capitolo che conclude questa trilogia ha come protagonista una ragazza: La storia è molto semplice, nonché simile alle altre due precedenti vicende. Una ragazza viene condannata a 7 anni di carcere per crimini efferati che lei non ha commesso: rapimento e scomparsa di molti bambini. I genitori si disperano ma soprattutto anche lei. L'atteggiamento non sarà altro che una scusa per fare ciò che vuole assolutamente fare:....vendicarsi (!). Molto simile come impostazione a "Old Boy", sia per gli innesti della trama che per le scelte tecniche. La differenza che si riscontra in questo film è che la vendetta si risolverà in maniera totale e non parziale (come le volte precedenti in cui i protagonisti, o venivano uccisi dopo, oppure devono trovare un compromesso per vivere la loro esistenza in maniera decente). La protagonista ricercherà il vero colpevole: un professore pedofilo che dopo aver rapito i bambini li uccide mentre li riprende con una telecamera. Una volta trovato pianificherà la sua vendetta in maniera dettagliata. Si farà, infatti, fabbricare una pistola speciale a doppia canna che è in grado di essere eficace solo a breve distanza perché dotata di proiettili troppo grossi. La vendetta dovrà essere ravvicinata e gustata in tutta la sua pienezza. La nostra "eroina" catturerà il cattivo e lo ferirà chiudendolo in un' aula di una scuola abbandonata, chiamerà a rapporto tutti i genitori delle vittime per far sì che anche loro si vendichino (si dovranno scegliere un'arma con cui infliggere il dolore al malfattore, dovranno anche stare attenti a dosare i colpi e le ferite....deve esserci posto per tutti, non si può uccidere se non l'hano ferito tutti...). Una volta ucciso verrà seppellito in un sacchetto di nylon nelle vicinanze della scuola con due colpi di pistola in fronte sparati dalla protagonista e dalla sua mitica arma. Questo film è l'apoteosi della vendetta che riesce nella maniera più palese. La morale è semplice: ci si DEVE vendicare, è un nostro diritto. La pellicola fa emergere un mondo femminile nella sua dolcezza (la pasticceria in cui lavora la protagonista) e nella sua crudeltà (il carcere femminile in cui per la prima volta si vendica della "nonna" che maltratta le altre "colleghe"). Talvolta le due cose vengono unite (la visita che il parroco fa in prigione a Natale donando del tofu che porta fortuna si conclude con un VA A FARTI FOTTERE! e messo dal viso angelico e impassibile della protagonista). Un universo di donne come non l'avete mai visto. Mille sono le sfaccettature dei personaggi che sono in grado di amare, odiare, tradire, essere fedeli contemporaneamente. Emerge la vera professionalità della vita che va vissuta con delle regole e leggi che ci si detta senza se e senza ma. Un film che conclude un percorso in maniera definitiva affermando che la vendetta investe tutti, senza esclusione (donne, genitori, bambini, vecchi ecc.) La vendetta è fondamentale nel cammino della nostra esistenza che vi è già come postulato, un cassetto che è chiuso e che si decide di aprire quando si vuole ma che è sempre a disposizione. Esatto...la vendetta è il nostro sogno nel cassetto....
Il secondo capitolo della trilogia della vendetta. Il film esce nel 2003. Si presenta già con un ossimoro (un ragazzo, e vecchio..mah!). Non ha mica tutti i torti il regista a volerlo intitolare così: un uomo viene tenuto 15 anni in una stanza dopo essere stato rapito per motivi a lui (e a noi) ignoti. Una volta uscito dalla sua prigione, dove è stato lasciato a invecchiare decide di fare la solita cosa: vendicarsi. Prima di fare ciò, però, è necessario trovare colui che ha escogitato tutto questo.
L'uomo si innamorerà della barista che incontra appena uscito dalla stanza (e lei farà lo stesso di lui....colpo di fulmine?), interrogherà il titolare dell'albergo a forza di staccargli denti, un albergo che non ospita ma imprigiona, non ha camere ma celle e dove non ci sono inservienti ma criminali e avanzi di galera. Il capoccia si divertirà ogni tanto a farsi sentire per stuzzicare il povero sventurato durante le sue indagini. Una volta risalito al cattivo sarà uno scherzo ammazzarlo dopo averlo torturato e maltrattato ma le cose non andranno così. L'antagonista confesserà perché gli ha fatto questo brutto scherzo (almeno questo non ve lo dico), minaccerà in maniera piuttosto efficace l'antieroe del film (tant'è che si taglierà la lingua per non far sì che la minaccia si realizzi) ma alla fine si sparerà in testa e il nostro protagonista, bello contento e senza lingua vivrà la sua esistenza in maniera felice. Sulla trama non mi dilungo ancora. A differenza del primo capitolo il secondo è diverso per vari aspetti. La mia scelta di recensire "Mr. Vendetta" dedicandomi interamente (praticamente) alla sola trama è stata fatta perché la freddezza e brutalità del regista emerge dalla dedizione che ha nei fatti e nelle vicende che si susseguono lasciando da parte commenti o pensieri personali. La sua è una visione clinica, naturalista (o addirittura verista) delle vicissitudini. Sono cronache quotidiane. In "Old Boy" troviamo più sfumature. Intanto l'immagine e la fotografia decidono di ampliare il loro "color pallette" che vanno dal blu delle luci ultraviolette, al grigio dei corridoi, dal nero della notte al bianco della luce dei treni della metropolitana, dal verde acceso dell'erba al rosso violaceo del sangue che scorre. Il primo film, invece, mantiene colori molto più freddi (grigio, marrone chiaro, arancione pallido, azzurro chiaro ecc.). Le innovazioni del regista si vedono anche nello svolgimento della trama: la visione dall'alto delle azioni di "Mr. Vendetta" viene sostituito da soggettivismi di vario tipo (flashback, ricordi, immagini fantastiche come quella della formica gigante che legge il giornale, simbolismi ecc.). Gli scenari non hanno più lo sfondo di quartieri popolari o di palazzi abbandonati ma hanno come sfondo quartieri alti, paesaggi innevati, alture ecc. Lo stile di Chan-Wook mantiene comunque la sua impronta di autore. Possiamo vedere che è bizzarro che la discontinuità stilistica di un regista si sia realizzata in così poco tempo (dal 2002 al 2003). Ciò non vuol dire che l' autore sia diventato più cosciente, ha solo imboccato un'altra via di realizzazione filmica. Io considero il capitolo prima migliore di questo ma rimane comunque un grande film in cui si fanno sentire filosofie di realismo di vita ("sorridi e il mondo sorriderà con te, piangi e piangerai da solo"), i sentimenti emergono a tal punto che saranno essi che determineranno la storia e non viceversa (come nel film precedente), la commozione è prevista dato che c'è spazio per scavare negli animi dei personaggi. Gli sguardi non sono più occhi fissi ma specchi dell'anima, ci sono ombre ignote e non tutto traspare chiaramente, rimaniamo con dei perché dei quali non è prevista risposta. La violenza è sempre presente, una violenza impalpabile che inesorabilmente monta sempre di più con una calma che non può che farci invogliare ad avvicinarvisi, siamo incuriositi da essa, la vogliamo toccare, scrutare, assaggiare...e ce ne sarà sicuramente l'occasione.
Questo è il primo capitolo della sua trilogia uscito nelle sale coreane nel 2002. Trama piuttosto semplice: un ragazzo sordomuto decide di donare un rene per salvare sua sorella da una malattia. Vista la scarsa disponibilità degli ospedali di accogliere la sua volontà decide di farsi togliere il rene illegalmente pagando in contanti una famiglia di impostori. Il ragazzo, infatti, si sveglierà in una palazzina abbandonata, completamente nudo e con un bel taglio ricucito ul fianco destro. I malfattori si sono portati via soldi (i pochi risparmi che aveva), il suo rene e i suoi vestiti. Il destino vuole, inoltre, che lo sventurato sappia che si era liberato un posto nell'ospedale dove aveva chiesto disponibilità per procdere con l'intervento. Sarà dura per il protagonista trattenere le lacrime. I soldi servono assolutamente e per riuscire ad ottenerli, sotto il consiglio della sua compagna (una ragazza attivista, comunista contro la società capitalista) decide di rapire la figlia del diretto, titolare e fondatore di un'importante azienda che si è vista costretta a procedere con un generoso taglio del personale. Il rapimento riuscirà, le indagini della polizia inizieranno e la tragedia avverrà: la figlia rapita muore annegata in un fiume, dove era andato il protagonita a seppellire la ormai sorella morta. La bambina urlerà per essere salvata, strillerà, ma in vano: è sordo! Quando la polizia trova il cadavere della figlia del direttore e le piste sembrano portare alla ragazza attivista assistiamo al mutamento di un personaggio: il direttore decide di farsi giustizia da sé. Troverà la ragazza che lo avverte di non ucciderla perché appartenente ad un importante associazione e i suoi membri la vendicherebbero asolutamente. Dato che durante le indagini l'unica iscritta a questa associazione era proprio la ragazza in questione Mr. Vendetta non le dà retta e la uccide con un elettroshock fatto in casa. Il tutto, però, dopo aver saputo come rintracciare il ragazzo muto che intanto era andato a vendicarsi con gli impostori uccidendoli tutti (madre e i suoi tre figli) e staccando a ciascuno il proprio rene. Il muto tornerà a casa (un momentaneo rifugio vicino al fiume) senza sapere che ad aspettarlo vi è un padre che ha sete di vendetta. Mr. Vendetta stordirà il povero e distratto rapitore e lo farà annegare nel fiume legandolo con una corda e taglindogli i tendini (senza posibilità di nuoto e quilibrio in acqua) con un coltello da carne. L'uomo, dopo aver seppellito l'improbabile criminale, si dirige veso la sua jeep per andarsene ma degli uomini lo circondano e lo accoltellano (una coltellata ciacuno)uccidendolo. Erano gli uomini dell'apparentemente inesistente associazione di cui faceva parte la ragazza. Bene, dopo un finale così tragico è paradossale che l'aspetto della tragedia non trasparisca. Le vicende ono raccontate in maniera fredda, senza musica (il ragazzo, non dimentichiamocelo, è sordomuto), la sola colonna sonora sembrano essere i soli rumori di ghiaia, passi, urla e pianti. Tutti, comunque, affrontati con un certo distacco. La vendetta si rivela inutile (perché i vendicatori moriranno), il rapimento anche (la sorella ormai era morta e non c'era più niente da fare per salvarla). Insomma, questo film è il trionfo del caso: la bambina annega perché spinta da uno spastico che passava di là, il posto dell'opedale che si libera, un'omo che minaccia il proprio omicidio al direttor perché stato licenziato, i sicari che appaiono per la prima volta alla fine del film per uccidere il padre venicatore. Tutti fatti che denotano che la vita è puro caso. Determinismo e non fatalismo. Niente deità dietro a tutto ciò ma solo fatti che accadono senza un piano prestabilito. La vita è contingente. Speranza o disperazione? Ringraziare il dono della vita fino a che la possediamo oppure iniziare a preoccuparci che non è poi così sicura e che equivalga alla morte? Grandisima fotografia. La lentezza con cui i personaggi procedono inica rassegnazione (sono cose che vanno fatte). Ecco la più grande contradizione del film dunque: il caso ha delle regole (è successo questo dunque DEVO...). La vendetta è così indispnsabile? Essa è nella natura umana? Il caso fa parte della natura umana? Che spazio decisionale occupiamo noi nelle nostre vite, e se è molto quanto influisce sullo scorrere degli eventi? Le immagini del film sembrano singoli fotogrammi indipendenti per sottolineare la disconinuità delle vicissitudini, personaggi che entrano nel film come se fossero comparse, appaiono e poi scompaiono senza criterio. Un protagonista che non può parlare è un caso? Si può vere un ruolo attivo nell'esistenza? Possiamo esprimerci per cambiare la nostra posizione e affermarci? Parlare per credere! Può darsi che non si possa rispondere a queste domande. Se parlare è probabilmente inutile allora vedere questo film per credere alle riflessioni se non altro!
Park Chan-Wook è un nome che dirà poco o niente alla maggior parte della persone, ma questo nome, in verità appartiene ad un uomo che ha portato avanti un progetto senza perdere di vista la centralità di un concept particolare: la vendetta. Egli ha realizzato e ha espresso la tematica della vendetta con un' incredibile bravura riuscendo con l' originale espediente di dirigere tre film ideati per l' occasione. I titoli dei film esplicitano l' idea del risultato che si vuole raggiungere: "Mr. Vendetta" (2002), "Old Boy" (2003) e "Lady Vendetta" (2007). I titoli dei film denotano subito una peculiarità; si rifericono infatti a dei personaggi, non a degli eventi. Si riferiscono a delle persone che vogliono raggiungre uno scopo: vendicarsi. Per riucire a farlo sono disposti a tutto, niente e nessuno potrà fermarli.
Questo "film" è il prodotto di una demenza senile. Lasciamo perdere e sorvoliamo.
Come dietro a grandi uomini ci sono grandi donne, così, dietro a grandi filmi ci sono grandi registi. Il caso però stavolta è particolare perché dietro a questo grande film vi è un grande artista (non che i registi non siano artisti, ci mancherebbe!). Julian Schnabel infatti è conosciuto come uno dei più grandi esponenti della nuova pittura che si affianca al neoespressionismo europeo. L'americano che ha sperimentato un po' tutte le forme della nuova pittura non poteva non provare ad avventurarsi in un campo dell'arte molto complesso: il cinema. Schnabel ha sperimentato il suo talento cinematografico con due film: "Basquiat" (1996) e "Prima Che Sia Notte" (2000). Stavolta, però, ha superato se stesso. Si può dire che questo film non sia più un tentativo o un approccio di un artista ma bensì un film di un artista che per l'occasione si è trasmutato in regista senza mai abbandonare la sua vera anima di pittore. Il film è tratto dal libro libro autobiografico del redattore della rivista "Elle" Jean-Dominique Bauby. Come infatti il suo libro ha voluto raccontare, il film fa vedere un dramma vero, a 360 gradi. Il protagonista (Jean-Do, appunto) viene colpito da un ictus che causerà in lui la "locked-in syndrome": il suo cervello è totalmente isolato dal resto del corpo, è in grado di pensare, formulare proposizioni, provare sensazioni ma non è assolutamente in grado di esternarle perché il suo corpo non risponde ai comandi del sistema nervoso...un vegetale per così dire. L'unica parte che è capace di comandare del suo corpo è l'occhio sinistro, il suo unico mezzo di comunicazione è il batter di palpebra. Il metodo per comunicare è tanto efficace quanto semplice: gli verrà dettato un alfabeto riscritto dalle lettere più frequentemente usate (e, s, c, a ecc.) a quelle meno. Quando vorrà scegliere la lettera tra quelle dettate basterà battere la palpebra nel momento in cui viene detta una determinata vocale o consonante. La situazione è grottesca ma non ci si può assolutamente fare niente, è l'unico modo per dialogare. Come ha potuto quest'uomo scrivere un libro? In questo modo: sotto dettatura di questo alfabeto scegliendo lettere che vuole. Questa storia che sembra assurda o da film è, come già detto, accaduta veramente. Una vita cambiata totalmente da una malattia tanto crudele quanto rara dovuta ad un emorragia interna senza conoscerne le cause. Una vita del genere può sempre chiamarsi vita? Per scoprirlo il regista, attraverso il manoscritto di Jean-Do ricostruisce i suoi pensieri e le sue vicende. I primi 40 minuti di film sono in soggettiva e cioè dal suo unico contatto col mondo: il suo occhio sinistro. E' da lì che avvengono le riprese e le inquadrature degli altri personaggi circostanti. Lo spettatore sente parlare il protagonista ma in verità è il suo cervello (o meglio mente) che sta parlando all'interno del suo corpo, sono solo pensieri che più di là non possono andare. Quelli in sala assistono a dei monologhi del protagonista che tenta di manifestare le sue idee al di fuori ma che non ce la fa. Il suo corpo è così una prigione, uno scafandro in cui la mente è intrappolata e che solo con l'immaginazione (la farfalla) è in grado di volare via. Il film è costruito così in maniera autarchica, con i soli mezzi soggettivi del protagonista: flashback, immagini oniriche sempre in contatto con la sua situazione reale (un palombaro che urla nel suo scafandro ma che noi non sentiamo, lo vediamo solamente), pensieri, sensi di colpa, tentativi di stabilire contatti col mondo che appaiono apparentemente impossibili. In questione ricordiamo scene memorabili come la telefonata del padre (interpretato da uno splendido e commuovente Max Von Sydow) che tenta di parlare all'infermiera che è necessaria per il dialogo attraverso l'alfabeto dettato, oppure la telefonata dell'amante di Jean-Do in presenza della moglie in lacrime, una donna straziata che parla con il nulla dall'altro capo del telefono. La scelta del regista stavolta è però di raccontare una cronaca dall'esterno, e così infatti vediamo il malato in una stanza vuota con un telefono da cui fuoriesce una voce che non potrà mai avere risposta. Il personaggio ora si vede in terza persona. Il mondo intorno a lui si sta costruendo. Un mondo che è ancorato alle sue esperienze vissute, ai suoi rimorsi, ai suoi ricordi, alla sua immaginazione, alle sue azioni che sono un pesante fardello che abbandonerà solo quando la sua morte avverrà e il suo scafandro sarà lasciato in fondo al suo mare di dolore. Alle sue azioni .... che cadono sopra di lui come una valanga di ghiaccio, come un iceberg. Siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro del cinema in cui morale, medicina, scienze percettive si riuniscono sotto la grande ala del cinema come esperienza d'arte: fotografia eccezionale come se si vedesse la pellicola del film parlarci indipendentemente dal sonoro e volesse utilizzare solo immagini. Dialoghi semplici, scarni, sguardi di un' eloquenza ineffabile, colonna sonora come se fosse scelta dallo stesso Jean-Do, mai stata più appropriata (canzoni popolari francesi, rock'n'roll anni '70, il blues zoppicante di Tom Waits, musiche pianistiche stile notturno di Chopin), interventi dell'anima d'artista di Schnabel con grandi scene visionarie (farfalle che escono dal bozzolo e che volano lungo le scogliere dove si trova l'ospedale, balli settecenteschi nei corridoi della clinica, il malato su una carrozzina che si ritrova su una piattaforma in mezzo al mare, familiari, amici e medici che contemplano un lettino d'ospedale dove il corpo di Jen-Do è sprofondato in una chiazza di sangue e il costume del palombaro è accantonato da una parte, ecc.), magnifiche e stupefacenti interpretazioni di ogni singolo attore (Mathieu Almaric, Emmannuelle Seigner, Max Von Sydow ecc.). In questo film niente sembra accadere per caso, ogni fotogramma è studiato nel suo lirismo capace di fare allontanare lo spettatore dalla sala con la sua immaginazione (farfalla) abbandonando una visione comune col solo occhio che vede ma che non guarda, scappando dal corpo sterile di una visione come un'altra (scafandro) e portandolo verso le nuove vette del cinema che è capace di dire molto, e molto, e molto ancora....
Il regista dichiarò, prima dell'uscita di questo film, che sarebbe stata la sua ultima opera. Annuncia il suo addio al cinema. Battage pubblicitario per invogliare la gente a vedere il suo film? Sentimento assolutamente sincero?
Chi lo sa! Dovremo ancora aspettare per formulare qualsiasi giudizio. Intanto, però, non possiamo fare altro che guardarci questa sua ultima opera, questo suo saluto alla cinepresa. Il parallelismo tra cinema e realtà e tra vita vera e sceneggiatura sembra volersi imporre subito a partire dalla trama del film: un professore di teologia e filosofia (Raz Degan) all'università decide di porre fine al suo percorso di insegnante (e di insegnamento) scappando ma non prima di aver compiuto un atto sacrilego: inchiodare i libri della biblioteca della facoltà per terra e sui tavoli di quel luogo di studio. Stiamo parlando di una persona che volontariamente vandalizza (anche se è riduttivo) secoli di scrittura e cultura (grandi manoscritti del Medioevo e del Rinascimento, trattati di illuministi, sacre scritture ecc.).
Quest'uomo dove vuol andare in seguito? Qual è il suo scopo? Si trasferisce sulle rive del Po, si costruisce una casetta fatta di pietre e legname vario (una catapecchia) e lì decide di abitarvi.
Ancora non è chiaro il suo obiettivo. Cosa vuole dirci con questo gesto? L'unica cosa che nel frattempo ci è consentito fare è di guardarci intorno: i luoghi del film sono molto suggestivi e contribuiscono inoltre la splendida fotografia del fratello del regista e le musiche di Fabio Vacchi. ecco che ci troviamo di fronte ad un panorama fluviale in cui cresce erba alta accarezzata dal vento,passano navi e trghetti, paesani che passando di là chiedono all'uomo misterioso cosa stia facendo...
Inizia un rapporto di tipo solidale tra gli abitanti di quella frazione e il prof. Il luminare darà consigli e aiuto agli uomini come fosse una sorta di Gesù Cristo snocciolando parabole della propria vita vissuta. I popolani pendono alle sue labbra e di questo grande saggio non perdono una sola sillaba. L'idillio non può durare a lungo e infatti la polizia troverà il colpevole e lo porterà via. Durante l'interrogatorio in centrale viene fuori la verità: ha deciso di inchiodare i libri, di infliggergli danni perché la scrittura e la cultura morta su carta nulla possono contro i veri rapporti umani ("ho imparato più cose bevendo una tazza di caffè con lei che dopo anni e anni sui libri"). La citazione con cui si apre il film è di Karl Jaspers. Il filosofo dice che il mondo in cui noi viviamo è verso un'era di tramonto e che dall'alto il filosofo deve capire come agire e interrogarsi.
Come interpretare questa linea di pensiero se non come "pensiero debole", termine furbetto del filosofo Gianni Vattimo ma, che rende l'idea? L'uomo non più fare affidamento su un'unica verità perché nel mondo ve ne sono tante e molteplici. Ma la colpa dei libri è quella di pretendere che ce ne sia solo una? Oppure proprio perché ve ne sono molte nei libri la vera verità va cercata nei vissuti dell'uomo? Come risponder a questo interrogativo? La vita sono piccole grandi cose che si manifestano, che passano e noi le possiamo solamente contemplare senza definirle (i traghetti che passano davanti alla stamberga del protagonista)? Il dialogo nel suo prodursi e mai definirsi è l'unica verità? La cultura è nulla. Ma anche la vita senza di essa lo è ? La vita è un niente inteso come nuovo inizio, non un niente come nullità. Potremmo quindi parlare di un ni-ente da comprendere nel suo rappresentarsi di fronte a noi. Le speculazioni sono artifici, false credenze e non credi. La cultura col suo peso millenari ci schiaccia come uomini veri e non ci lascia emergere. Ma questa visione post-nichilista come si può prendere? Come domare questa situazione? Come porci di fronte a tutto questo? Olmi non ci ha risposto e forse non voleva nemmeno. Siamo noi, a questo punto, che dobbiamo interrogarci...
Se si dovesse parlare del film partendo dalla sua trama verrebbe frainteso come l'ennesimo film che ha intenti sociali e unitari nei confronti del sud Italia, ma fortunatamente è un film e, per quanto parlarne si veglia, è da gustare nella sua visione. Come generalmente faccio quando (de)scrivo voglio confondere ciò che si vede con ciò che ho visto e ciò che il film mi ha comunicato. Sotto questo punto di vista non sono perciò un critico ortodosso: dovrei parlare della produzione di un film, della sua fotografia, aspetti tecnici (recitazione, riprese, ecc.) in maniera dettagliata. Lo faccio ma non come un addetto ai lavori per questi motivi:
1) Non risultare troppo antipatico.
2) Il pubblico non necessariamente è l'addetto ai lavori del cinema.
3) Voglio essere capito da tutti innescando interrogativi ma senza ruoli didascalici.
Bene, ora cominciamo a "parlare del film". Questo lavoro, come già detto, si esaurisce solamente nella fruizione sensoriale dello spettatore. Vicissitudini in un paese del sud italia. Una madre con problemi psicofisici (Valeria Golino), suo marito che non sa assolutamente come prendere la situazione (Vincenzo Amato), i figli che si guardano intorno e tentano di intrufolarsi nel mondo degli adulti, la sorella più grande che si innamora di un carabiniere emiliano (Elio Giordano). La svolta di questa trama generica e generale si ha quando il marito e gli abitanti del paese, non sopportando più le (re)azioni della madre, decidono di portarla a farla ricoverare a Milano. Lei si nasconderà ma verrà poi ritrovata.
Il film, nel suo "Crialese Style" è un'enorme coreografia di persone che camminano su scogliere rocciose, cani rabbiosi che escono dalla loro prigione, oceani di bambini e ragazzi che fanno la lotta in un edificio abbandonato, polveroso e pieno di pneumatici, il marito che ritrova sua moglie in acqua dopo aver sommerso la statua della madonna come "ex voto", gambe sotto la superficie del mare che si muovono come ossesse in gruppo, reti gettate per prendere i pesci dalle barche, vespe e scooter che scorrazzano per il paese con 3-4 persone sopra. Insomma, il tutto è una grande danza, ogni comparsa ha il suo ruolo. Le parti determinano il tutto in nome di una metafisica che costringe demiurgicamente ad operare per la realizzazione del suo disegno. Un'estasi, ma non totale, niente smisuratezza. Non dimentichiamoci che è un balletto e che i movimenti devono essere controllati; altrimenti addio leggiadria.
Le scenografie (Beatrice Scarpato) sono immagini in cui il ballerino si confonde e le sfrutta a pino con la sua interazione, e la fotografia che fa emergere sfumature e gradazioni di colore in ogni piccola cosa ha il compito di fare da illuminazione a questa splendida rappresentazione su un palco insolito ma azzeccatissimo comunque e che riesce ad adempiere al vero scopo del teatro e della rappresentazione: la sua comunione e l'unire gli spettatori. Quale palcoscenico meglio di un paese popolare in cui nel canovaccio vi è spazio per tutti ? La lingua siciliana si impone allo spettatore facendone apprezzare l'incomprensibilità che però riesce a comunicare e a coinvolgere colui che assiste. Un nuovo Goldoni sboccia, un nuovo Verga affiora, un nuovo cinema nasce. Un cinema-teatro. Una nuova riforma teatrale è stata fatta.
I numeri e le parole, quanto si somigliano, quanto comunicano tra di loro, di loro e per loro. Enigmatici entrambi (filastrocche o formule) ma che si manifestano e che non hanno paura di uscire allo scoperto, come possono fare le persone del resto. Anche loro possono essere enigmatiche, comunicare per-di-tra di loro, somigliarsi...
Ma cosa significa questo numero, 2046? Una data? Un titolo di un film prodotto nel 2006 (notare l'affinità tra i due numeri)? Una stanza di albergo? Un enigma da risolvere? La commistione di numeri e parole indica la loro reciproca appartenenza e capacità comunicativa. Un uomo che trova il suo amore nella stanza accanto alla sua (2047): 2046. Una data storica, un lasso temporale, un futuro per il quale si parte e non si torna più indietro. Parallelismo tra tempo e spazio (stanza e futuro). Il film è un binario le cui rotaie non hanno altra possibilità che viaggiare parallele: la storia del narrata dal regista (l'uomo che rivive i suoi amori) e la storia di fantascienza narrata dal protagonista del film (scrittore che inventa un romanzo sulla possibilità di fare un viaggio nel tempo nel 2046 ispirandosi a quella stanza d'albergo).
Lo spazio è terreno di coltura per il tempo e il tempo delinea sempre più lo spazio circostante.
"Coloro che sono andati nel 2046 non sono più tornati e coloro che sono tornati non sono in grado di descriverlo".
La domanda continua a farsi presente sempre di più: Cos'è questo 2046? Un futuro così atroce? Un destino ineffabile? Il numero 2046 è la dimensione in cui l'uomo si trova, con cui deve fare i conti. Il 2046 è un viaggio-vita fatto di scelte dalle quali non si può essere indipendenti ("... quando ti sarai liberata dal tuo passato vienimi a cercare"). Eventi che si sormontano costituiscono la vita di una persona che si protende verso il futuro ma che necessariamente deve ricordare il suo trascorso. Dobbiamo forse credere che sia il tempo a renderci schiavi, o che siamo noi gli schiavi di noi stessi? Come risolvere l'arcano? dobbiamo liberarci dal nostro passato o necessariamente esso ci costituisce? La conclusione del film esporrà la conclusione del romanzo di fantascienza (scritto tra il 1966 e il 1969) dove si scoprirà che nel 2046 la Cina ottiene l'indipendenza dal Giappone. Una delle protagoniste del film ha una storia d'amore con un uomo giapponese e alla richiesta di matrimonio il padre della ragazza non approva assolutamente, ma alla fine del film i due innamorati riusciranno a sposarsi perché il padre scoprirà che ciò che conta è la felicità della figlia, in un modo o in un altro. Ma allora l'indipendenza dalla Cina nei confronti del Giappone potrebbe essere letta come indipendenza di una persona dai propri amori? Nel "libro" 2046 il protagonista che viaggia verso il futuro si innamora della bella androide che prova sentimenti differiti verso di lui (forse perché incapace di intendere?). Gli amori sono così funesti? Sono dei fardelli? Tempo-spazio-storia-scelta-amore non sono che la medesima cosa, la stessa (id)entità. Si può allora sempre parlare di fuga dagli eventi?
Il film di Wong Kar Wai è un ritratto-creazione, intimismo e universalismo stanno sullo stesso piano. Esistenzialismo e storicismo in egual maniera. Amore e odio non sono mai stati così armonici. Tempo e spazio mai stati così necessari l'uno per l'altro. Cinema e spettatore mai legati come in questa occasione...
SONO STATO OBBLIGATO A FARE QUESTO BLOG DAL PROF. D'AGOSTINO